Mi rimangono addosso questi rimasugli di cose che non so piazzare da nessuna parte, nè descrivere come dovrei. A volte penso, con una certa sicumera, di poterli definire angoli di terra ancora inesplorata, zone vergini, parti molto molto piccole, infinitesimali, molto infantili. Mi sorprendono sempre. Queste zone molli ma anche molto accoglienti dentro cui ricado in certi momenti fan sì che io guardi l’orologio e mi dica son le 11.00, -di sera-, son le 11,00, son le 11,00. Ripeto 11,00 fino allo sfinimento, mi rimbambisco di 11,00 e poi penso che le 11,00 sono davvero un’ora strana della giornata che però non so dire nè come nè perchè. Certe volte mi capita anche e ultimamente molto più spesso di fissarmi sulle cose esterne a me, su certi movimenti. Ad esempio i treni che vanno secondo precisi orari e regole, le procedure dentro gli aeroporti, il traffico aereo, l’atterraggio, il decollo. Tutto questo minuto e preciso anda e rianda, ma anche il perfetto funzionamento dell’organismo quando tale è. Tutto questo ordine che c’è in giro che ci attraversa che attraversiamo perlopiù in uno stato più vicino al coma vigile che a una forma seppur primitiva di coscienza. Tutto questo rigido ordine di apparizione, di entrata e di uscita. Certe volte mi prende un colpo, un tale sgomento. E così ricomincio. Son le 11,00, son le 11,00.
* mi capita spesso di ricordare un piccolo intervento chirurgico subito recentemente. piccolo e molto doloroso. e mi sorprende ancora il ricordo di me poco prima di addormentarmi, convinta che difficilmente ci sarebbero riusciti, che la sostanza avrebbe sortito sul mio corpo sordo muto e cieco, l’effetto dovuto. e la sorpresa, poco dopo, di essere già sveglia. questa muta obbedienza del corpo, mentre la coscienza o quel che è, stava vagando, lei sì, chissà dove,piuttosto insensibile a quel che stava accadendo. non è il mio corpo a non obbedire mai, a non sentire, ma io. dovrei imparare a distinguere o forse, a fidarmi maggiormente di lui.