namaste

La mia casa è su un monticello. Quello che vedo dalle finestre, lo vedo dall’alto e non mi piace. Ai piedi della mia casa c’è un agglomerato di case rosse. Case di mattoni. Case popolari. A vederle da quassù formano una lunga biscia che sparisce a un certo punto, ma che, io so, continua di là dalla curva. Sto attenta a non alzare la testa e ascolto la musica, mentre mi sposto da una finestra all’altra della mia casa. Non rileggo mai quello che scrivo e ascolto la musica che viene da fuori, musica di piano. Quello che vedo da quasi tutte le finestre della mia casa, non mi piace perchè non mi ricorda niente di buono, niente di bello. Vedi come sono calma e concentrata. Adesso scrivo, seguo la musica e immagino che i tasti siano tasti di pianoforte e quella che sento arrivare da fuori, in questa mattina di primavera, sia musica che suono io, battendo leggera i miei polpastrelli sui tasti del pianoforte. Ci vuole poco, mi concentro e sto attenta a me stessa e ai sussurri che arrivano da dentro. Nemmeno il vento che arriva da fuori mi scompone. Si muovono i miei capelli e sento il sole sulla pelle anche se solo un raggio obliquo e tiepido tocca le mie mani.

La mia casa sul monticello però ha due finestre buone. Due si salvano. Da lì guardo fuori e vedo due alti cipressi. Due sagome nere e vecchie che ci sono sempre. Due vecchi signori distinti che sorvegliano il paesaggio per me. Dietro i due cipressi si vede, anche se poco, una casa gialla di quelle quadrate e con tutti i lati uguali. Un bel giallo slavato e invecchiato e sulla facciata che dà verso la valle, c’è una nicchia con una madonnina incastrata e poi, dietro c’è il bosco, io lo so, c’è il bosco anche se non lo vedo. Il bosco nero. Mi piace ascoltare la musica che finisce da qualche parte là vicino a quei due cipressi e immaginare cosa c’è là dietro.

Dentro il bosco.

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