nuovo ottocento

(ma è da troppo tempo che non lo faccio anch’io e mi dò un tono)

Che bella scena la sua corsa in quel prato. Dalle mie finestre si vedono solo prati e fili d’erba, gonnelle ricamate e biondi capelli mossi dal vento. Mi affaccio una mattina e la vedo correre e, io so, che è felice. Lo vedo da come corre, da come è libera che sta bene. Nell’altra stanza c’è una vecchia maestra di scuola che insegna a tutti cosa dire. Rigida sulla sua sedia da principessa, pretende che gli altri sappiano, senza insegnare niente. Insegnare è una parola che non mi è mai piaciuta. Mi piace imparare e io imparo da solo. Mi basta guardare fuori e vedere il furore che c’è in quel suo correre libera con la sua gonna gonfia e i suoi stivaletti, mentre la vecchia maestra, in tutta la sua rigidità, insegna come stare dritti sulla sedia. Lei corre ed è felice, ha la musica che suona per lei, dentro alla sua testa e nessuno la sente, tranne io, vecchio barbuto, che dalla finestra guardo e si vede da qui che è felice e non se ne importa. Di me e di quella vecchiastronza che è di là.

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