la terza persona

Un pensiero tondo tondo nella testa, mentre è in viaggio verso casa. Il treno è pieno di persone che dal Sud tornano al Nord, lei compresa. Qualche posto più avanti rispetto al suo, è seduta una ragazza giapponese con una mascherina sulla bocca. Prima, per raggiungere il suo posto, le è passata davanti e l’ha colpita quella ragazzina esile con gli occhi grandi, a mandorla. Si lascia cadere come un sacco di patate al proprio posto, guarda fuori dal finestrino, ma è ancora notte e, a parte la sua faccia stanca che si riflette nel vetro, non si vede altro. Ho sete pensa, poi subito dopo le si incastra nella testa un pensiero tutto unito che suona più o meno così, vorrei che fosse novembre. C’è silenzio intorno a lei, deve essere la notte, deve essere la nostalgia del rientro, deve essere qualcosa che dopo anni non si spiega ancora, ma che ha a che fare con la mestizia: un buco nel cuore che mentre il treno va, diventa sempre più largo.

Sì perchè gennaio non lo sopporto. Gennaio per me è come una domenica perenne e chi diavolo me l’ha fatto fare di salire su questo treno proprio di domenica che è un giorno triste già di suo figuriamoci se ci metti dentro anche il viaggio di ritorno.
Comunque a parte il desiderio di spostarsi un po’ indietro con il tempo, sta pensando con una certa insistenza, a quattro personaggi le cui vite non si incastrano mai, ma scorrono parallele le une alle altre. In fondo, pensa che ti ripensa, il mestiere dello scrittore è indipendente dal tempo e dal luogo. Scrivere si può fare ovunque, non ci sono legami particolari da rispettare per scrivere e questa, proprio questa cosa qui, a lei sembra una bella contromossa per poterli fregare tutti e fare come le pare.

Alla stazione di Caserta salgono due donne, madre e figlia, che si siedono proprio nei due posti liberi, davanti al suo. Lei, pensa, andranno a Roma a trascorrere qualche giorno insieme, la figlia sembra la classica universitaria fuori sede, la madre sembra un tipo allegro sempre sorridente. Parlano a voce bassissima, lei si sforza di capire qualcosa di quello che le due sedute di fronte a lei, si stanno dicendo, ma oltre a parlare piano, parlano anche in dialetto, così ci rinuncia, tira fuori il computer e comincia a scrivere dei suoi quattro o cinque personaggi che non fanno altro che chiacchierare tra di loro. A un certo punto la donna più adulta inizia a lamentarsi come se niente fosse, come se non ci fosse nessuno insieme a loro sul treno. Si lamenta sempre a voce bassissima e si sente solo ooohhh maronna mia, maronna mia… ohh gesù. Lei alza la testa di colpo e vede la figlia avvicinare il viso a quello della madre per dirle non ci pensare su, non ci pensare ora, mentre cerca in qualche modo di fermare il dolore della madre che all’improvviso riemerge e nessuna delle due riesce a controllare. La donna grande si copre il viso con le mani e comincia a guardare fuori dal finestrino, non si capisce dove, forse dove stava guardando anche lei all’inizio del suo viaggio e, di colpo ammutolita e immobile, comincia a piangere. La figlia continua a guardarla e a sussurrarle nell’orecchio non ci pensare, non ci pensare, poi le dice qualcosa e, nel dirlo, sorride. Anche la madre, subito dopo, si asciuga le lacrime e fa un sorriso, ma senza guardare la figlia. La figlia invece cerca di intercettarne lo sguardo, così per provare, ma ad ogni suo tentativo, la madre la scavalca e torna a guardare quel punto là fuori che è da quando siamo partiti che non si riesce ad inviduare. Poi, la crisi passa, le due ricominciano a parlare come prima e, solo ogni tanto, la donna più grande si copre il viso con le mani e cambia completamente espressione. Se le tiene premute un po’ contro la faccia come a scacciare qualcosa di brutto davvero, poi ricomincia ad ascoltare la figlia che fa di tutto per distrarla. Solo prima di scendere si accorge che la donna seduta di fronte a lei tiene stretto in una mano un rosario e prega, non si ferma mai.

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