sculture, per te.

Era già da un po’ che non passavo a trovarlo e quando arrivo, lo trovo ad aspettarmi nel piazzale. Ha indosso la tuta blu e la mascherina per non respirare la polvere. Bianco, come il marmo. Mi sembra più magro del solito, è molto impegnato ultimamente. Ci scambiamo un rapido saluto, un abbraccio o qualcosa di simile. Poi entriamo. Ho voglia di vederlo lavorare, di mettere le cuffie e ascoltare la stessa musica che ascolta lui, mentre lavora. A un certo punto la materia si arrende. A un certo punto diventa tutto armonioso e facile anche capire, per me, chi c’è lì sotto. Si vede una mano. E’ una mano di donna.

Ogni tanto si gira verso di me e sorride. Sono quasi congelata . Me ne sto seduta in un angolo e da lontano sento i rumori dei suoi arnesi. Picchia forte, ma al tempo stesso liscia la pelle fredda di una donna di marmo. Deve essere sua madre. Pratica sul suo corpo una specie di carezza prolungata per ore e, a tratti, è come se ballasse. Una danza rituale che lui solo conosce.

Ne ha fatte tante di sculture così, ma stranamente, non si assomigliano mai. Sembrano donne diverse, anche se ormai, ne conosco l’identità. Si gira verso di me e mi fa un cenno con la testa. Come se dicesse, guarda qui, questo punto tu lo conosci bene. Non so cosa dire. Non lo so mai. Ascolto e guardo. Prima era più difficile, ma adesso, dopo anni, riesco a proiettare i suoi ricordi su quelle bozze informi e lui lo sa. Come se parlassimo una lingua comune fatta solo di gesti che non hanno parole, nè traduzioni.

Quando me ne vado, è buio. Rimane immobile sul piazzale e lo vedo sparire dallo specchietto retrovisore. Un puntino isolato, ricoperto di polvere bianca.

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