Mi fanno ridere certi pronomi e i diari e blabla. Soprattutto mi fa ridere tutto, quando sento parlare di malattie. Io ho paura di questo. All’inizio, mi son detta. Tu hai paura di morire. Hai paura, dopo che la morte è passata veloce davanti alla tua porta e ti ha detto. Oibò, tu sei un po’ cretina, hai troppe certezze. Così adesso, parlo di me. E ne parlo a fiumi. Oppure, quando sento di morte che si avvicina alla porta, io sai cosa faccio? Mi alzo dal tavolo e dico, non ce la faccio scusatemi. Le budella mi si ritorcono, ho proprio un dolore fisico quando sento parlare di malattia. Ho una specie di rivoltamento di budella e subito, mi viene in mente l’odore che hanno i malati. Hanno un odore particolare, un odore caramellato, dolciastro. Io lo sento, in ascensore, quando cammino per strada, quando sono in fila al supermarket. Lo sento e le budella mi si ritorcono. Come quando vedo certe improvvise capigliature su volti che, per l’età, non lo diresti proprio. Perchè sono un po’ settaria e forse anche un po’ stronza. La malattia ha colpito mia sorella quando aveva 33 anni. Dai stasera, forse ne parlo e dico anche che mia sorella di anni oggi ne ha quasi 40 e sta bene. Per anni ho creduto di essere un mostro. Perchè quando Emme stava male e tutti scuotevano la testa, io dicevo di no e vaffanculo e porco mondo non ci sto. Mentre scrivo stasera, mi si ritorcono le budella e se qualcuno si permette di fiatare lo tronco in due. Tanto per intenderci. Così io poi dopo, da qualche parte ho ceduto. Prima ho ceduto e mi sono fatta aiutare da uno psicoterapeuta, poi ho ceduto vagando per l’Italia e poi ho ceduto aprendo un blog. Ma anche altre cose che non dico. Ma. La paura non passa. La tengo nascosta negli angoli, nello sgabuzzo, nel portabagagli. La porto con me quando viaggio, la ripongo quando dormo. Insomma ce l’ho sempre in tasca e sempre ci faccio i conti. E’ inutile che scappi. Così stasera ho fatto lo sforzo e ho ascoltato tutto. In fondo non ti riguarda. E’ una persona che conosci di vista. Ho resistito all’onda d’urto che si mette, con le mani, a scompormi la carne. Mi son detta che non è, sempre, lo stesso trauma. Ma no. E’ sempre la stessa storia. Ci devo fare i conti. E’ presente. Chemmenefrega di te, di me, di voi, di loro. Chemmenefrega a me che c’ho sto rospo dentro a scarnificarmi?
Non fiato, per carità… tengo famiglia.
Però ti racconto la favola della buona notte. (N.b.: con ’siculo’ si usa tradurre – erroneamente – l’ “abitante della Transilvania”).
Dunque, la fiaba.
Un giorno la Morte va a trovare il siculo per portarlo con sé. Ma questo le dice. «Come!, non mi lasci nemmeno il tempo di sistemare le mie cose? Dammi almeno un giorno…» E la Morte gli concede un giorno. Ma il siculo va avanti: «Io di te mi fido mica tanto. Mettiamolo per iscritto. Scrivi qui sulla porta: vengo a prenderti domani». E la Morte lo accontenta anche in questo.
Il giorno dopo si presenta puntuale per portare via il siculo che la guarda divertito. «Ecco, ho fatto bene a non fidarmi. Vedi cosa hai scritto sulla mia porta? Vengo a prenderti domani.» E la Morte non può che arrendersi.
A domani…
‘notte
Una storia non me la raccontavano da un po’. Grazie. L’aggressività è insita. E’ un ringhio che faccio per farmi vedere, da sola, come sono cattiva. Sono bene accette tutte le storie.
BNotte.
Che il ringhio era insito lo si era visto dalla foto lassù in alto. Fin dall’inizio e non è mai cambiata. All’inizio ho pensato che tu fossi un uomo, per qualche giorno. Vedi, i blog…
Pensa che qualche giorno fa volevo cambiarlo. Poi se penso a uno che si chiama FN, mi viene in mente solo quella faccia lì. Se cambiassi foto, credo, dovrei cambiare anche il nome. Chè in effetti FN è un uomo, anche se io no.